Testimonianza-5leggi-avatar_0000_Livello-1

Patrizia

Ciao sono Patrizia, ho 35 anni e ho una diagnosi di distrofia muscolare facio scapolo omerale da quando ne avevo 15.
La medicina “classica” descrive questa malattia come ereditaria e degenerativa e avendo avuto la diagnosi molto giovane, sono cresciuta con quello che possiamo chiamare “lo stigma” di avere un problema “irrisolvibile” che sarebbe peggiorato nel tempo e per cui non potevo fare “nulla”.
In tutto ciò, uno dei più grandi vantaggi a non arrendermi a cercare cure e spiegazioni “alternative” credo sia stata la completa mancanza di risposte riguardo alle cause e alle possibili cure e terapie da parte della medicina ufficiale.
Si sa pochissimo di queste forme di atrofia muscolare e i neurologi mi hanno sempre detto, in sintesi, che l’unica cosa che potevo fare era fisioterapia e una leggera attività fisica (sforzare troppo il muscolo rischierebbe di velocizzarne la degenerazione).

Inoltre ho osservato su me stessa che l’implacabile “degenerazione” ipotizzata, non era poi così implacabile e quindi riuscivo (e riesco) in molti movimenti e sforzi muscolari che per il decorso di questa malattia non sarebbero possibili.
Ciò mi ha portata a cercare “altre risposte” sia a livello pratico che interpretativo: ho sperimentato così la pranoterapia, una forma di kinesiologia integrata con la psicanalisi, l’osteopatia e la naturopatia combinandole, ad intermittenza, con attività fisica di diversi tipi fino ad approdare alla conoscenza delle 5 leggi biologiche del dr. Hamer.
E’ un percorso in itinere (che a differenza di quelli già sperimentati trovo più facilmente applicabile nella quotidianità, al di fuori del contesto di “cura”) ma ci tengo a lasciare una testimonianza perchè vedo molte persone intorno a me con diagnosi di malattie degenerative e incurabili, che come ho fatto spesso anch’io in passato, tendono rassegnarsi alle definizioni classiche alimentando così un circuito interpretativo che rischia di ricadere nella famosa “profezia di Merton” per cui nulla cambia perchè ci si auto convince che nulla può cambiare e il corpo conferma, di conseguenza, questa credenza.

Nel mio caso, il sapere di non potere utilizzare alcune parti del corpo, perchè atrofizzate, mi ha portata a “smettere di sentirle”, cioè a utilizzarle sempre meno fino a smettere di percepirle (tra l’altro parlando di muscoli, meno li usi e più si indeboliscono e assottigliano, e questo vale per chiunque); ad esempio, quando mi è stato detto dal neurologo che avevo i “tibiali anteriori atrofizzati” li ho eliminati dalla percezione della muscolatura delle gambe (pur avendo sensibilità in queste parti del corpo, come nelle altre) e quindi ho smesso di usare consapevolmente questi muscoli per anni, convincendomi tra l’altro, che inciampavo e cadevo frequentemente perchè quelle parti del mio corpo erano assenti e non mi sostenevano.
Ora, grazie alla spiegazione data delle atrofie dalle 5 leggi biologiche integrata con una rieducazione all’attenzione sul corpo con Mauro e il metodo Grinberg, sto imparando a dare un senso alle cause di queste paresi che sento molto più affine, perchè coincide con la mia storia personale, e a rimettere attenzione su quelle zone del corpo che ho smesso di percepire, cercando di tornare ad usarle pian piano, ogni giorno, senza grandi sforzi ma con una consapevolezza fisica e quindi un’attitudine al movimento differente: senza dare per scontato che “non funzionino più” metto attenzione su quelle zone del corpo parzialmente sconnesse e provo a fare quei movimenti che nel tempo ho smesso di fare perchè convinta di non riuscirci, di non potere.

Secondo l’interpretazione hameriana l’impedimento nei movimenti può essere dato dal vissuto biografico di “non riuscire a…” o “non essere adeguato a…” e ho vissuto effettivamente situazioni, da bambina, di enormi impedimenti nel movimento in questo senso, che ritrovo proprio in quelle parti del corpo parzialmente paralizzate (il non riuscire ad abbracciare corrisponde al movimento di braccia, spalle e scapole che sono state le zone principalmente colpite dalla mia “malattia”).
Pensare che ogni risposta del corpo abbia un senso a livello biologico, e che quindi, anche la malattia sia l’espressione di una ricerca di adattamento, per la sopravvivenza, al mondo esterno (piuttosto che l’inceppamento di un meccanismo che mira all’autodistruzione) oltre a trovarlo un paradigma decisamente più in sintonia con la spinta vitale che ho sempre sentito anche nei momenti più difficili, mi sta aiutando nella pratica a responsabilizzarmi riguardo a quello che posso fare, in prima persona, per la mia salute e a reagire in modo diverso al dolore e ai cali energetici, che Hamer spiega come tentativi di soluzione e fasi di ripristino: cerco di dare al corpo il tempo di cui ha bisogno per riposarsi e ripristinare i tessuti, senza forzarlo a rialzarsi immediatamente e senza spaventarmi pensando ad un avanzamento della malattia.

 

Lascia la tua testimonianza.